La proposta è stata avanzata dall’Ufficio esportazione di Firenze e si è conclusa col decreto di acquisto del 30 giugno 2026, a firma del Direttore Generale.
Il primo soggiorno di Corot in Italia, tra il 1825 e il 1828, rappresenta un momento cruciale per la sua formazione. In Italia il pittore scoprì le armonie tonali, quella ‘luce argentea’ che sarebbe poi diventata suo tratto distintivo “… preferiva la luce radente e le sottili transizioni del primo mattino o del tardo pomeriggio; e invece di lavorare con la luce alle spalle, spesso dipingeva rivolto verso la luce…” (P. Galassi, Corot in Italia. La pittura di plein air e la tradizione del paesaggio classico, Torino 1994), e realizzò numerosi studi, spesso su carta, nel tentativo di catturare la luce e i colori del paesaggio italiano, rielaborando la tradizione del paesaggio classico di Poussin e Lorrain attraverso l’osservazione diretta della natura. Corot giunse a Napoli nella primavera del 1828, attirato anche dalle lusinghiere descrizioni della città fatte dal compatriota Stendhal, che l’aveva definita “la città più bella del mondo”, e vi trascorse all’incirca sette settimane.
Il dipinto costituisce una mirabile combinazione di motivi ben definiti — come le barche e le rocce, che bilanciano l’ampia curva della baia — e un’atmosfera fortemente diffusa che trasforma il lugo reale in visione universale. Alcuni dettagli testimoniano le straordinarie capacità di osservazione di Corot: le barche appena distinguibili all’orizzonte riflettono le quotidiane abitudini dei pescatori, che partivano alle prime luci del giorno. La loro partenza era sincronizzata con i venti del primo mattino, il cui effetto atmosferico è reso dall’orizzonte vaporoso che si estende sulla baia di Napoli mentre il sole inizia a riscaldare la terra, ma non è ancora abbastanza forte da disturbare la quiete delle acque vicino alla riva cittadina
Nel corso del XIX secolo, Napoli divenne sempre più meta privilegiata del viaggio artistico europeo e il suo paesaggio un luogo mentale oltre che geografico, capace di condensare luce, memoria e sentimento. In questo clima culturale nasce la Scuola di Posillipo, fondata nel capoluogo partenopeo dall’olandese Anton Sminck van Pitloo, fondamentale per l’introduzione di un’estetica del paesaggio vissuta come esperienza sentimentale dal forte afflato emotivo e un più diretto rapporto con il dato naturale.
In questo contesto, il rapporto tra Corot e Pitloo assume un valore centrale, perché testimonia il passaggio diretto di idee e pratiche tra Francia e Napoli. Pitloo poté infatti recepire le novità della Scuola di Barbizon, in particolare l’osservazione dal vero della natura e l’attenzione agli effetti transitori della luce e del colore, sviluppati attraverso il lavoro “en plein air” a partire da schizzi preliminari. A questo dialogo si deve anche l’introduzione a Napoli della tecnica della pittura a olio su carta intelata, montata su tela o su cartone, che lo stesso Corot stava sperimentando. L’obiettivo era quello di giungere a un’immagine immediata e coerente, capace di fissare la mutevolezza della luce senza ripensamenti, abbandonando l’uso tradizionale del cavalletto e privilegiando supporti leggeri e taccuini tascabili.
L’acquisizione del dipinto al Museo di Capodimonte, dunque, assume un doppio significato, non solo consente l’ingresso nelle collezioni pubbliche di un soggetto di forte identità nazionale — il Castel dell’Ovo e il golfo di Napoli — ma offre anche un esempio significativo dello sguardo di Corot sull’Italia, paese fondamentale per la sua formazione artistica, restituendo la dimensione europea dell’arte napoletana dell’Ottocento.

